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Una maggiore incidenza nel genere femminile e costi socio-sanitari sovrapponibili a ipertensione e diabete. Ma il Sistema Sanitario fa ancora poco in termini di accesso alle diagnosi e alle cure

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DONNA, giovane, residente nelle aree urbane, colpita da una patologia inspiegabile ma debilitante. È l’identikit del paziente tipo che soffre di sindrome del colon irritabile, una malattia che colpisce circa il 7% della popolazione italiana con una prevalenza due o tre volte maggiore nel sesso femminile, provocando dolori e sintomi gastrointestinali che limitano fortemente la qualità di vita. Ma soprattutto, una malattia poco conosciuta anche dalla classe medica, che obbliga a una lunga trafila di visite infruttuose, esami inutili, rassicurazioni sbagliate, prima di giungere a una diagnosi corretta e una terapia. Di questa malattia, dei numerosi problemi che comporta per i pazienti, del suo costo sociale e delle possibili soluzioni si è parlato oggi all’Istituto Superiore di Sanità, durante il convegno “La sindrome dell’Intestino Irritabile: malattia sociale tra complessità terapeutiche, innovazione e sostenibilità”, promosso dalla rivista Public Health & Health Policy.

La malattia. I sintomi sono dolore intestinale, meteorismo, sensazione di distensione dell’addome, accompagnati da stipsi e/o diarrea. Insorgono tipicamente tra i 20 e 40 anni di età, ma possono colpire anche più avanti nella vita, così come in età pediatrica. Sintomi comuni quindi, che nel 20% dei casi si presentano in forma severa, con un impatto devastante sulla vita quotidiana. La vita dei pazienti, hanno spiegato gli esperti, si trova a ruotare interamente intorno alla malattia. Routine alimentare, lavorativa, tempo libero: tutto viene programmato per limitare i sintomi e i problemi che possono causare. Eppure, mediamente ci vogliono più di 10 anni perché un paziente si rivolga al medico. E ancor più tempo prima di arrivare a una diagnosi certa. Non esistono infatti biomarker o parametri oggettivi su cui basare la valutazione, e bisogna procedere per esclusione. E per questo, ancora troppi medici conoscono poco il problema, o lo reputano legato unicamente alla sfera psicologica.

Le cause. “Purtroppo, sulle cause di questa patologia sappiamo ancora poco, malgrado siano state riscontrate numerose alterazioni, ognuna delle quali, però, non consente di identificare in modo univoco la malattia – spiega Enrico Stefano Corazziari, Professore di Gastroenterologia all’Università di Roma La Sapienza – molti studi ipotizzano una disfunzione del sistema immunitario, altri puntano il dito sulla ipersensibilità viscerale presente in molti pazienti”. Le cause esatte insomma non sono ancora state chiarite, ma se fino a qualche anno fa si parlava di un disturbo legato unicamente a un funzionamento anomalo dell’intestino, magari di origine completamente psicosomatica, oggi stanno emergendo alcuni possibili moventi eziologici: il contenuto dell’intestino, e in particolare il microbioma intestinale, la barriera mucosa intestinale e il sistema immunitario della sottomucosa. Tre elementi “microorganici”, su cui agiscono i geni, l’ambiente, lo stress, infezioni di vario tipo, concorrendo a causare l’insorgere della sindrome dell’intestino irritabile. Un vasto gruppo di fattori scatenanti, che rende fondamentale un approccio multidisciplinare alla cura di questa patologia.

Diagnosi e terapie. Per riconoscere la malattia sono stati messi a punto dei precisi criteri diagnostici, i cosiddetti criteri di Roma, che si basano sulla presenza di dolore addominale recidivante in concomitanza con sintomi specifici, legati alle caratteristiche delle feci e a disturbi nell’andare di corpo. A realizzarli e aggiornarli è una commissione internazionale, ma la poca conoscenza di questa patologia spinge molti medici a non fidarsi. “Solo il 17% dei medici di medicina generale, il 48% dei gastroenterologi e il 72% degli esperti si fida dei criteri di Roma”, sottolinea Vincenzo Stanghellini, specialista di questa patologia e professore del dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università degli Studi di Bologna. “E la conseguenza sono esami inutili e costosi, e diagnosi che arrivano con anni di ritardo”. E dire che oggi le terapie esistono: dalle meno invasive come dieta e probiotici, fino a farmaci con efficacia specifica su alcune forme di questa malattia.

E con nuovi farmaci attesi nel futuro prossimo, l’appello degli specialisti è rivolto al Sistema Sanitario Nazionale, colpevole di aver “dimenticato” una patologia estremamente importante. “Bisognerà rendere più agevole l’accesso ai percorsi diagnostico-terapeutici – ha sottolineato il Presidente dell’Istututo Superiore di Sanità Walter Ricciardi – e fornire le terapie almeno ai pazienti più gravi. Perché si tratta non solo di un problema di salute, ma di un forte costo in termini sociali”. Costi diretti, tra farmaci, visite frequenti e ricoveri, e indiretti, quando si prendono in considerazione le ore di lavoro perse dai pazienti e il calo di produttività. Che presi insieme raggiungono cifre da capogiro: negli Usa è stato calcolato che i costi diretti oscillerebbero tra 1,7 e 10 miliardi di dollari, mentre quelli indiretti raggiungerebbero anche i 20 miliardi di dollari ogni anno. Sovrapponibili, anche nel nostro paese, a quelli di disturbi drammaticamente comuni come diabete e ipertensione.  
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